Benvenuto nel mondo Macchinario SICURO
A te che vivi nel mondo dei macchinari…

immersi nella quotidianità faticosa delle fabbriche e del mondo dell’industria, imbevuti soprattutto di storie e considerazioni ‘normali’, senza tecnicismi inapplicabili.

I concetti fondamentali che troverai dentro i nostri contenuti: vince chi sa cambiare – seguendo le trasformazioni per riempire i buchi che si generano – unendo professionalità industriale ed esperienza con creatività e capacità di ascolto, curando al massimo la propria specializzazione, mantenendo spirito critico e indipendenza.

Claudio e Renato Delaini sono due ingegneri specializzati nella sicurezza dei macchianari. 

Padre e figlio, Renato è un ingegnere del millennio passato, con 40 anni di fabbrica sulle spalle e Claudio, un ingegnere di questo millennio, da sempre appassionato e formato in questo ambito. Entrambi amano divulgare gli errori che vedono, incontrano e vivono “sul campo” con la speranza di permettere ad altri di sistemare, gestire ed evitare infortuni e incidenti. 

 

“Non avete mai pensato di darvi al cabaret?”, ci ha chiesto una volta un cliente. No, al cabaret non ci daremo però abbiamo avuto un’idea migliore… e abbiamo scritto un libro.

Hai presente quella canzone di Cat Stevens, “Father and Son”?

Ecco, il nostro libro non si chiama proprio così, ma gioca su questo concetto: il fatto che il punto forte della nostra azienda sia non il passaggio… ma l’interazione generazionale.

La capacità che noi, Renato e Claudio Delaini – Father and Son, appunto – abbiamo di mettere sul piatto competenze e visioni diverse.

E di sintetizzarle in un servizio efficace, utile al cliente.

Che non ha nulla a che vedere con l’approccio manualistico, libresco, accademico (e chi più ne ha più ne metta) che ci si aspetta da un libro che riguardi il nostro settore.

Insomma, per dirla in altri termini:

questo libro NON è un manuale… ma qualcosa di più. Un vademecum per uscire vivi dal ‘favoloso mondo’ della Sicurezza Macchinari, un crogiolo di storie (e storiacce) in cui ti riconoscerai facilmente, il succo di quei nostri testa a testa che – visti dall’esterno – sembrano tanto delle liti al coltello.

In breve: in questo libro, troverai qualcosa che di solito – nei libri – non si trova… perché nasce dall’esperienza sul campo.

Preso dal Libro “Non Desiderare la Colpa d’Altri”

Storia di Renato Delaini scritta da Martina Fragale:

C’era una volta un drago, nella Laguna Veneta… 

Meno male che ci sono gli smartphone e non mi devo smazzare 400 e passa chilometri con quei due. Il racconto di Renato mi raggiunge mentre sono spiaggiata sul divano e avrei voglia che qualcuno mi desse in pasto una storia, magari anche una favola. Ecco perché mi fa piacere che Renato – in coda a Bologna, con Claudio accanto che smadonna – inizi a raccontarsi con un ‘C’era una volta…’. “Pa’, falla breve, ok?” lo supplica Claudio. Ma lui, Renato, se ne frega, mi prende per mano e mi fa fare un salto indietro di 50 anni, o giù di lì. 

Venezia, Porto Marghera: il Petrochimico. Un istituto tecnico, la facoltà di ingegneria chimica e lì, davanti agli occhi di tutti quegli studenti, un colosso, un mito: è la Montedison, un drago d’acciaio e vapore che domina la laguna con le sue torri d’acciaio ed i suoi sbuffi. “Ormai non esiste più, quella realtà. Tranne che in Cina. Sì, lo so che adesso Claudio dirà ‘che palle!’ ma c’è poco da dire… quella realtà ha fatto scuola.” Ammicca verso il figlio, che continua a fissare la coda con occhio assassino. Già, penso fra me e me, sono due ingegneri, questi due. Due generazioni di ingegneri, o meglio: due mondi. 

Me lo vedo, Renato – studente povero, il classico esempio di chi ‘si è fatto da solo’ –che sgomita fra i picchetti sessantottini e si guadagna la sua laurea con tanto, tanto olio di gomito. Me lo vedo, mentre suda le sue sette camicie puntando alla Montedison: il sogno obbligato di chiunque fosse nato e cresciuto a Venezia, di fronte a Porto Marghera, all’ombra del Petrolchimico. E alla fine ce la fa, Renato, a entrare nel ventre del drago, dove tutto è enorme. “C’erano mense per migliaia di persone e i pulmini che arrivavano e partivano ogni mezzora per tutto il giorno, alcuni in senso orario, altri in senso antiorario: perché i dipendenti si dovevano muovere per tutta l’ enorme distesa della fabbrica, da un impianto ad un altro, di continuo. Una macchina da guerra. Ce la fai a immaginarla, una fabbrica così? No, non credo proprio: non ne esistono più oggi… prova a farci un salto, adesso. Sai cosa troverai? Un cimitero. Un gigantesco cimitero industriale.” 

O il cadavere di un drago enorme, penso io. Quel che è certo, è che non sentirei l’inquietante BUM BAM dei tubi che scaricavano la condensa delle linee vapore. “C’era un rumore, allora…! I tubi cantavano, sembrava dovessero scoppiare da un momento all’altro. Eh, altroché! Dopo un po’ti ci abituavi, ma all’inizio avevi una paura che non ti dico… e mica a torto. Figurati che la prima cosa che ti insegnavano, quando iniziavi a lavorare in stabilimento, alla Montedison, era lo ‘Sniff’ Test. 

L’olfatto era tutto: dovevi abituarti a riconoscere una fuga di acido cloridrico o di cloro, prima di rimanerci secco… Il Petrolchimico era pericoloso, inutile negarlo. E’ proprio lì, tra gli acidi, i vapori e i tubi che cantavano, che mi sono trovato ad affrontare – per la prima volta – il tema della sicurezza. E lì sono iniziati i problemi. Belli grossi. Una decina di morti sul lavoro in 7 anni, ti dice qualcosa?” 

Vuoi un gattile da pelare? Fai il direttore! 

Diciamocelo. La vita del caporeparto era dura, negli anni Settanta, mentre le Brigate Rosse ci davano dentro con morti ammazzati, gambizzati e quant’altro. Renato, quel periodo se lo ricorda bene e ammette che le atmosfere roventi degli Anni di Piombo, qualche sorcio verde lo hanno fatto vedere pure a lui. Non per niente, la Digos lo aveva istruito a dovere: facile, infatti, che un caporeparto diventasse un bersaglio. Le cose, però, vanno avanti: alla faccia degli Anni di Piombo e delle BR. Uno studente povero che è stato abituato a sudarsi tutto (il diploma, la laurea) è destinato a fare carriera, a scalare la vetta. 

Perché? Ma ovvio… perché ha dalla sua parte una forza sovraumana: quel sacrosanto ‘Stay hungry, stay foolish!’ che anni dopo diventerà il motto di Steve Jobs. Così, Renato procede passo passo nella sua carriera: Montedison vende una parte della società all’Eni e nasce l’Enichem. Renato diventa vicedirettore della parte assorbita, e poi viene promosso: a Milano. Casa aziendale, incarichi importanti, soldi. 

“Ed è lì che hai cominciato a romperti le palle.” Claudio continua a guidare con finta flemma. Renato annuisce: “Eh, chiaro! Volevo vedere te in mezzo a tutte quelle scartoffie… Per carità, andare a Milano per me è stato un bel salto avanti in termini di carriera, ma ha ragione Claudio: che palle! La burocrazia a me non è mai piaciuta, infatti anche adesso, il lavoro mio e di quel rompiballe di mio figlio…” Claudio lo blocca, esasperato: “Pa’! Vai avanti: non iniziare ad aprire ottomila parentesi, che poi non ne usciamo più!” Renato alza le mani in segno di resa: “Ok, ok… torniamo a bomba. 

Dunque: avevo fatto carriera ma mi annoiavo a morte, così ho deciso di cambiare rotta. Ho mollato il mio bel posto fisso e me ne sono andato a fare il direttore di una piccola azienda elettrochimica. Piccola… si fa per dire: a me che venivo dal colosso Montedison, un’azienda con 400 dipendenti sembrava minuscola. Oggi – che i dipendenti sono spesso 30, 40 – è chiaro che vedrei le cose in modo diverso. Bèh, te la faccio breve: nella nuova azienda, sono entrato come direttore. 

E lì sono cominciati i dolori. Ancora una volta – esattamente come alla Montedison – mi sono trovato a sbattere il muso contro l’incapacità di gestire il problema della sicurezza. Avevo le mani legate: non potevo cambiare una virgola, in un posto in cui il rispetto per le regole era pari a zero… o quasi. Sai chi è il direttore? Un povero cristo con cui tutti ce l’hanno a morte: il ‘padrone’ lo accusa di non fare un cavolo, gli operai gli danno del traditore. E lui se ne sta lì, nel mezzo. E deve smazzarsi tutte le rogne e le gatte da pelare che gli si presentano. 

Parlo di tribunali, di processi, di cause per infortuni sul lavoro, addirittura per un infortunio mortale… mica pizza e fichi: non ci dormivo la notte. Ho pensato che il problema fosse l’azienda e mi sono detto: ‘Basta, devo andare a lavorare per un’azienda seria!’… e così ho cambiato settore e sono diventato direttore di un grande fabbrica chimica, una fabbrica a grandi rischi, come si dice ‘in Seveso’. La più grande del suo settore, come stabilimento, a livello nazionale. Beh, sai una cosa? Non è cambiato nulla. Zero al quoto. 

Mi sono ritrovato a fare a pugni con la mancanza di rispetto per le norme, senza possibilità di cambiare le cose di una virgola. 

Proprio come prima. E come prima, sono tornato all’ossessione dei verbali, delle buste verdi che il messo giudiziario ti porta a casa, a fare la spola tra l’azienda ed i tribunali e a passare la notte in bianco. 

Così alla fine mi sono deciso, ho preso il coraggio a due mani e…” 

Storia di Claudio Delaini scritta da Martina Fragale:

Chi fa da sé fa per tre. Ma forse anche no. 

Il traffico, ha ripreso a scorrere. Lo noto dal fatto che Claudio ha smesso di smadonnare. Lui è fatto di adrenalina: anche quando pensa, il suo è sempre e comunque un pensiero orientato all’azione. A quel benedetto, sacrosanto ‘fare’ che è l’arte – l’arte vera – di tutti i progetti riusciti sul serio. Mi chiedo ancora quale sia il suo ruolo, a che punto entrerà in scena. Renato si accarezza la barba: “Dicevo… ho preso il coraggio a due mani e basta, mi sono messo in proprio e ho fondato la mia azienda. Era il ‘96, il che vuol dire che era appena stata emanata la fatidica 626: la legge che regolamenta la sicurezza sui luoghi di lavoro. 

Giusto per dirti che… ero proprio sul pezzo! La mia idea – dopo anni passati a tirar testate contro muri di gomma – era di fare io, finalmente, ciò che non riuscivo a far fare agli altri: manutenzione nelle fabbriche, ma fatta per bene. Il principio era quello dell’outsourcing, che in un momento di tagli cadeva come il cacio sui maccheroni. Tra l’altro, non si trattava di partire proprio da zero: di esperienza, ne avevo a iosa e mi portavo pure dietro un piccolo portafoglio clienti. In fondo, si trattava solo di spargere un po’di più la voce: tra i clienti che già conoscevo – per passaparola – e tramite i rapporti in Assolombarda. 

La mia idea…” “… Era un’idea del cazzo” Claudio taglia corto, lapidario “perché all’epoca quello che facevi tu non lo faceva nessuno, quindi nessuno lo cercava. Vedi, la questione è che papà non sapeva nulla di marketing e per fare l’imprenditore, il marketing serve… hai voglia ad affidarti al passaparola!” Renato annuisce. 

Lo sa, accidenti se lo sa! “Sì sì, lo so: è inutile che continui a sparare sulla Croce Rossa! I contatti che avevo in mano, erano tutta roba di corto respiro. Non ero capace di vendere… o di vendermi, vedila come vuoi. D’altra parte, avevo sempre pensato che il marketing fosse cosa da commerciali, da venditori. 

Insomma: roba per quelli che riescono a venderti anche quello che non hanno in magazzino… ci siamo capiti, no?” 

Claudio continua a guidare. A occhio e croce, dovremmo essere in Romagna. “Già. Per fartela breve: le cose sono cominciate un po’in salita. Per farle partire, mio padre ha fatto qualche tentativo, assumendo venditori che facevano chiamate a freddo, un esperto di marketing che desse un’assestata alla strategia e al sito. Tentativi su tentativi… ma non ce n’era uno che andasse veramente a segno. D’altra parte la situazione non era facile e fuori iniziava a tirare una brutta aria. Erano i primi segnali della crisi. Sai che significa? 

Che i tuoi vecchi clienti chiudono bottega e tu ti trovi con un pugno di mosche, senza sapere come diavolo fare a procacciarti nuovi clienti. 

E’a quel punto che sono arrivato io. Anzi, sai una cosa? Il primo a entrare in scena, non sono stato io. E’ stato Google.” 

E dal cappello del mago uscì un motore di ricerca! 

L’Era Google è iniziata nel ‘98. Anzi, no: era il settembre ‘97. 

Le scuole riaprivano i battenti e Larry Page e Sergey Brin ti sfornavano un motore di ricerca, così… come se nulla fosse. Una rivoluzione che avrebbe cambiato il mondo e il modo di vedere le cose. Nonché il modo di fare business. 

Claudio, all’epoca, era alla facoltà di ingegneria e si annoiava a morte. Per ammazzare il tempo, si divertiva a fare gare di abilità con i compagni di corso. La cavia, era proprio il neonato Google. 

“Sai che palle, ingegneria! Su quei banchi mi sono annoiato come non ti dico… però qualcosa di buono, ho imparato a farlo. Vero, pa’?” 

Renato lo sbircia, quasi timido. Sì sì, dirà pure che suo figlio è un rompiballe nato, sbufferà davanti all’impazienza di questi giovani nati per mordere il freno e bruciare le tappe, ma la verità è che se lo cova, se lo mangia con gli occhi. Perché? No, non è solo questione di essere padre e figlio. È qualcosa di più: questione, forse, di energie, passioni. Competenze che si integrano: è ciò che succede le poche – rarissime – volte in cui il gap generazionale si trasforma in risorsa aggiuntiva anziché in ostacolo. 

Claudio continua a guidare. La strada per Ancona è ancora lunga. 

“Dicevo… giusto per ammazzare il tempo, io e i miei compagni facevamo delle gare di abilità. Roba da ingegneri (da nerd diremmo oggi): creavamo dei contenuti e giocavamo a chi arrivava primo su Google. Insomma, chi riusciva a fare apparire i suoi contenuti tra i primi, in ordine di visualizzazioni. Ecco, è qui che torniamo a bomba con la nostra azienda: un po’per gioco, un po’sul serio, mi è venuta l’idea di usare – come contenuti – le domande che ci venivano poste dai nostri clienti: sui macchinari, sulle etichette, sui blocchi doganali… 

Ho iniziato a creare un blog, poi due, poi… bè, lasciamo perdere. Uno ha tirato l’altro: nel giro di poco, ho creato una ragnatela di siti che regalavano informazioni super tecniche con il vantaggio che all’epoca, quelle informazioni, non le dava nessuno. Eravamo gli unici e quindi i primi, in termini di indicizzazione dei contenuti. Google ci sparava ai primi posti, il che da una parte vuol dire che io vincevo le mie gare ed ero felice e dall’altra significa che la nostra azienda – che fino a quel momento aveva funzionato solo per passaparola – ora iniziava ad essere ‘trovabile’ anche per chi non ci conosceva direttamente. E così, alla fine…” 

“Il telefono ha iniziato a squillare” interviene Renato “I clienti hanno iniziato ad arrivare da soli, senza che noi dovessimo cercarli.”

E vissero tutti felici… Ah no, non è finita. 

Stiamo per sfiorare l’happy end: lo sento. E invece no. Ecco che rispuntano le rogne. Da Google, per la precisione. 

“Le cose andavano a gonfie vele… poi è successo il patatrac: dai primi risultati, ci siamo trovati sbalzati giù, in fondo alla montagna. Hai presente un terremoto? Ecco, l’effetto, più o meno è stato quello e sai perché? Niente di grave, la colpa non era nostra:era semplicemente successo che Google aveva aggiornato l’algoritmo, così – da pupilli che eravamo – ci siamo trasformati in quelli che andavano puniti, il peggio del peggio. Insomma: dalle stelle alle stalle. C’era una sola cosa da fare: rimetterci in discussione e cercare di capire cosa era andato storto. 

Qual era il nostro punto debole. La realtà è che non c’è voluto molto per capirlo: dovevamo costruirci una nostra nicchia di competenze. Eravamo troppo generici. Così abbiamo deciso di tornare a quello che i clienti cercano di più da noi: la sicurezza dei macchinari. È da lì che le cose hanno cominciato a ripartire.” 

Faccio due conti tra me e me: dovremmo essere arrivati – anno più, anno meno – al 2011. Alla faccia! Riuscire a rimettersi in marcia in anni come quelli, non è propriamente una cosa scontata. Ho sentito spesso parlare di resilienza: la risorsa – o il dono – di chi riesce a trasformare una situazione sfavorevole in opportunità di rinnovamento. Il che, non significa affatto far di necessità virtù, ma rimboccarsi le maniche e guardare avanti. Saper lasciare la terra ferma per affrontare il mare aperto. 

Le storie di resilienza, in Italia, sono tante. Il problema, è che raramente vengono raccontate. 

Ci sono cervelli che fuggono… e cervelli che restano (per fortuna) 

Già. Della crisi, di solito, si raccontano due generi di storie: quelle che narrano di fallimenti e quelle che parlano di cervelli in fuga. Tema scottante, il secondo. Spiace sempre prendere atto dei talenti nostrani che decidono di scavalcare la frontiera con un ‘Arrivederci a mai più’. Nessuno, d’altra parte, si sognerebbe di biasimare sul serio chi ha preso una decisione del genere. In Italia si sta male: si sa. 

Detto ciò… le eccezioni ci sono. Sono quelle che confermano la regola. Claudio, per esempio, è un’eccezione. Clamorosa. 

“Andare all’estero? Eh sì, ci ho pensato. Altroché. Anzi: l’idea che ho accarezzato, era di andare dall’altra parte del pianeta. Non a Londra, a Berlino o negli Stati Uniti, ma addirittura in Cina! Il primo a farmici pensare, era mio padre. ‘Io sono entrato al Petrolchimico a 27 anni – mi diceva – Di realtà così, oggi non ne esistono più, da queste parti. Se vuoi farti anche tu le ossa in un contesto simile, devi andare in Cina!’ Ci ho pensato, altroché se ci ho pensato, ma non è facile prendere una decisione del genere. 

Da una parte, avevo voglia di costruirmi la mia strada – e in questo senso, un trasferimento in Cina, sarebbe capitato a fagiolo – dall’altra sapevo che questo, per la nostra azienda, avrebbe significato una battuta d’arresto. Proprio ora che tra me e mio padre, la sinergia basata su competenze diverse, iniziava a dare frutti. Avrei dovuto mollare tutto… e non volevo. Insomma, te la faccio breve, alla fine ho deciso di puntare sul cavallo più difficile: ho scelto di rimanere, di scommettere non solo sulla nostra attività, ma sul paese in cui sono nato. 

E sai perché? Non solo per la nostra azienda, ma anche perché ho pensato che valesse la pena di credere nel nostro Paese, nel suo futuro. Sono rimasto anche per questo: per remare contro corrente. E per ora, devo dire che la realtà mi sta dando ragione.”

Il lieto fine non esiste, ma la morale sì 

Dietro il finestrino, intuisco che siamo nelle Marche. Il viaggio non è ancora finito, ma poco ci manca. Tra me e me, mi chiedo se anche la storia sia arrivata al suo epilogo. Il profumo di happy end, che sentivo poco fa, ora non c’è più. 

Inizio a capire che quello che mancherà, sarà proprio il finale: il classico THE END, con tanto di titoli di coda. La cosa, però, non mi disturba, anzi… La realtà non è come le fiabe e questo non perché sia meglio o peggio, ma perché è un continuo work in progress. Qualcosa che va coltivato con cura, minuto per minuto. Come quando si va per mare e oltre alla rotta, tocca confrontarsi con le correnti. E con i venti, che possono cambiare da un momento all’altro. E’quello che stanno facendo loro, ‘la strana coppia’. Father and Son. 

“Quella che abbiamo messo in piedi negli ultimi anni – un po’per tentativi, un po’per intuizione – è una realtà molto diversa da quella che era l’azienda, all’inizio. Il nostro motto è ‘elasticità’, a tutti i costi: ci spostiamo con il mercato, cercando di capirne le esigenze o tentando addirittura di anticiparle. E’ questo, soprattutto oggi, il segreto per far funzionare il meccanismo: prestare attenzione a ciò che il cliente domanda, anziché a ciò che tu credi che il cliente dovrebbe domandare. Spesso è questo, l’errore che fanno in molti: ragionare e prendere le proprie decisioni confrontandosi con la propria immagine allo specchio e non con la realtà che sta fuori! Noi, tutto questo lo abbiamo imparato sul campo…” 

Ora è Renato a interrompere il discorso. “Sì, e il nostro punto di forza – la morale della storia, vedila come vuoi tu – è proprio questa: l’esperienza sul campo, quando impari quello che non è scritto sui libri. E’questo che ci distingue dagli altri, è per questo che piacciamo ai clienti. Sai cosa dicono, di solito? Che siamo pratici, ma… accidenti, Claudio, qual era la parola giusta?” 

“Pratici, ma non superficiali – chiosa Claudio – D’altra parte, l’avrai capito anche tu: io e mio padre siamo ingegneri, ma la nostra esperienza non è nata su carta. Mio padre ci ha vissuto, in fabbrica: ha messo le mani in pasta… e io mi sono fatto le ossa seguendo lui. L’aria della fabbrica, ho iniziato a respirarla quando avevo sei anni. 

Capisci perché ci cercano? Perché ci preferiscono agli altri? Il nostro concorrente tipo, di solito, è di due specie. A volte, è il classico facilone, che per andar dietro al cliente, trova soluzioni raffazzonate (e finisce per mettere delle vite in pericolo) oppure l’esatto opposto: il dottor Azzeccagarbugli di turno, quello per cui la regola è un dogma e la realtà deve servire la regola. Il tipo, giusto per intenderci, che finisce per imbrigliare la produttività con regole su regole, fini a se stesse. Anche questa, alla fine, non è una soluzione. Anche perché il macchinario finisce per diventare sicuro – ok – ma anche troppo costoso e quindi non competitivo! 

La soluzione sta nel mezzo, col buon senso: le norme vanno usate, non subite. Il che, di fatto, è ciò che facciamo noi. Essere pratici, vuol dire questo. Serve anche a distinguerci dall’approccio che di solito ha il tecnico che lavora per un ente certificato. Il classico tipo che viene, controlla il macchinario, ti diagnostica tutti i problemi… e poi basta, saluti e baci: ti lascia in balia del problema e se ne va. Come se si limitasse a scattare una fotografia, anziché – come noi – girare un film, che parte da una scena iniziale (il problema) e poi si sviluppa, puntando al finale (la soluzione).” 

Un cartello indica Ancona. Capolinea. O quasi. La storia è finita, ma forse solo per ora. Ci penserà la realtà a scrivere altri capitoli. Intanto Claudio cerca parcheggio, Renato scuote la testa, indica un posto che Claudio non aveva visto, adocchia un bar in cui in fondo – anche se è tardi – vale la pena di fermarsi a prendere un caffè. E quando il video finisce, me li immagino ancora che discutono e si punzecchiano. Senza litigare, però, perché è così che sono fatti, loro. La strana coppia. Father and Son. 

Martina Fragale


Per questo motivo abbiamo deciso di fare quello che facciamo.

Pochi anni fa, sul Sole24Ore usciva un articolo che si intitolava così: “Le imprese familiari resistono alla crisi. E negli anni più difficili, hanno creato occupazione”. Correva il 2014 e nella crisi, l’economia italiana, c’era dentro fino al collo. PMI a gestione familiare comprese. Eppure i dati parlano chiaro: tra il 2007 e il 2012 (tra tira e molla e difficoltà infinite) le PMI erano riuscite a registrare un aumento occupazionale del 5,7%. Mica pizza e fichi.

Il perché di questa vitalità, è qualcosa su cui – noi, nel nostro piccolo – abbiamo riflettuto a lungo. Proprio perché il discorso ci riguarda da vicino e il concetto di PMI a gestione familiare ci calza a pennello. La risposta che ci siamo dati, è che il nostro dinamismo si basa su un paradosso. Un segreto che è sotto gli occhi di tutti: sepolto sotto i cliché che identificano il punto di forza delle PMI solo e soltanto nella tradizione.

La realtà, secondo noi, è un’altra: negli ultimi anni (complice la crisi) le PMI italiane hanno sfoderato risorse insospettate nella CAPACITA’ di INNOVARSI. Senza rinunciare alla propria identità, ma allo stesso tempo non vivendo il legame con la tradizione come una palla al piede. Perché la capacità di cambiare, è la risorsa più adatta per andare incontro al futuro… senza rischiare di farsi investire!

Ecco perchè abbiamo deciso di aprire una finestra sulle PMI che, con tenacia e intelligenza, cercano (e trovano) ogni giorno il proprio posto nel mondo. Anzi. Nel NOSTRO mondo. In questo travagliato Bel Paese, da cui non è vero che scappano tutti.

Si parla tanto di cervelli in fuga, ma molto poco di chi resta. Eppure, la vitalità delle PMI è basata proprio su questo:

una scommessa sul futuro a cui noi – nel nostro piccolo – abbiano deciso di dare voce. Con una vetrina, una ‘finestra sul cortile’: un salotto in cui dialogare e riconoscersi, parlando non solo di tematiche legate alla sicurezza (il nostro pane), ma anche di problemi comuni e soluzioni. Per fare brainstorming e raccontarsi. E soprattutto, per riconoscersi.